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Progetto Miroglio

Anno 2006-2007

La strategia commerciale anni 20 | La svolta del dopoguerra  | La rivoluzione del poliestere | Gli anni ottanta

MIROGLIO

UNA FAMIGLIA UN’IMPRESA

  DALLE ORIGINI AGLI ANNI OTTANTA

 Il sei ottobre 1884 Carlo Miroglio, il fondatore dell’azienda, originario di Asti, sposò Angela Scarzello di Corneliano. Lui aveva fatto il bersagliere ed aveva imparato i primi segreti della contabilità nella fureria del reggimento. Fisicamente era alto e solido.

Lei era una donna decisa, coraggiosa ed intraprendente. Lavorava nel negozio del padre, un negozietto di tessuti e generi alimentari; ma quando si accorse che gli affari del negozio non progredivano, decise di caricare della mercanzia su un carretto per iniziare a vendere come ambulante nei paesi vicini: Bra, Canale, Castagnole. Ottenne così buoni risultati, nonostante i tempi difficili.

Dopo il matrimonio i Miroglio si stabilirono ad Alba con un gruzzolo di seimila lire, affittarono un magazzino in piazza San Giuseppe e fecero gli ambulanti.Viaggiavano sei giorni alla settimana, partivano all’alba e tornavano a notte fonda.

In seguito aprirono un negozio in piazza del Duomo, smisero il commercio ambulante e si occuparono solo del negozio, cercando di vendere a prezzi convenienti.

Crebbero gli affari e la famiglia. Nel 1900 i dipendenti erano una dozzina, i figli sei: Giuseppe, Battista, Cesare, Adele, Giovanni e Leone.

I ragazzi frequentarono scuole tecniche e poi cominciarono a lavorare nel negozio.

Il primo,  Giuseppe, iniziò quando era bambino e per spronarlo la madre gli propose l’1% di guadagno sull’importo delle vendite realizzate direttamente. Anche lui in seguito applicherà la formula degli incentivi con i propri operai. A sedici anni si accorse che il modo di acquistare dai fornitori usato dal padre non era conveniente: acquistava da troppi viaggiatori, anche quando non aveva interesse a comprare, perché era amico di tutti. Giuseppe propose invece di comprare da pochi fornitori, i più interessanti, in modo da avere sconti e prezzi più convenienti.

Giuseppe ridusse quindi il numero dei fornitori da sessantadue a dodici.

 Contemporaneamente ingrandì il negozio, cominciando a vendere all’ingrosso. Nel 1913 i commessi erano già una ventina.

Nel 1907  era morta la moglie di Carlo, il padre, il quale col passare degli anni cominciò a disinteressarsi degli affari, anche perché erano entrati nella gestione del negozio altri due figli, Battista e Cesare. Affiancò comunque sempre i figli con consigli utili come quello di rimanere sempre uniti.

Giuseppe prese sempre più in mano  la situazione. Si avvicinò la Prima Guerra Mondiale e gli affari cessarono. Giuseppe allora trasformò l’azienda secondo le esigenze del momento. Andò a Torino e ottenne una fornitura di centomila camicie e cinquantamila slip per l’esercito, bisognava confezionarle e allora assunse alcune ragazze di Alba, trasformando un cinema in  un laboratorio di confezioni.

Poi i giovani Miroglio dovettero andare in guerra e il padre ritornò in piena attività, gestendo il negozio fino al 1918, quando i quattro figli tornarono dalla guerra. Essi ripresero l’attività specializzandosi nella vendita all’ingrosso. La sorella Adele nel frattempo si era sposata e si era stabilita a Bra.

Nel 1920 le vendite aumentarono moltissimo: un boom che portò i Miroglio a riempire il magazzino di tessuti e Giuseppe ha sempre raccontato che:” Fu  un’annata ottima…. la gente cercava di dimenticare la guerra ed acquistava con facilità…” .

Dopo un anno ci fu, però, la crisi perché il governo impose un ribasso sui prezzi.

I fratelli Miroglio si trovarono di fronte a questa alternativa: accordarsi con i fornitori o fallire.

 LA STRATEGIA COMMERCIALE DEGLI ANNI VENTI

 Nell’autunno del 1921 ci fu un consiglio di famiglia.

Si decise che bisognava pagare i fornitori al 100%, per cui vennero creati nuovi punti vendita: Giuseppe, Battista e Giovanni avrebbero condotto il negozio di Alba e aperto un nuovo negozio a Nizza Monferrato, Cesare avrebbe aperto una filiale a Genova e Leone un’altra a Cuneo.

Tutti i negozi avrebbero dovuto lanciare delle grandi liquidazioni con i prezzi ridotti della metà. Vendendo a prezzo di liquidazione l’azienda avrebbe potuto far fronte ai fornitori. La strategia ebbe successo: il bilancio fu chiuso in pareggio e i debiti tutti pagati.

Già dal 1919 Carlo, il padre, aveva ceduto l’azienda commerciale a i suoi figli.  Tra gli anni 1926 e 1928 i Miroglio avevano allargato il numero dei negozi rilevando quelli in cattive acque dalla concorrenza, la società allora fu sciolta e i fratelli si divisero definitivamente. Giuseppe rimase ad Alba, Cesare a Genova, Leone a Cuneo mentre Giovanni e Battista iniziarono altre attività .

Da quel momento la storia della Miroglio fu la storia di Giuseppe.

Giuseppe aveva una forte personalità: era autoritario, lavorava anche dodici ore al giorno, era metodico. Gli piaceva molto cantare anche perché aveva una bella voce. Si era sposato con Elena Viglino, proveniente da una  famiglia di avvocati, una delle principali di Alba; il padre di lei fu sindaco e  podestà di Alba e poi sindaco di Bra. Dalla loro unione nacquero quattro figli: Carlo nel 1922, Franco nel 1924 e poi Angioletta e Maria Clotilde. Era un uomo di marketing, era pieno di intuizioni che lo portarono a cambiare la sua azienda. Istituì per esempio nei suoi negozi il prezzo fisso, naturalmente basso. Diceva sempre “E’ meglio guadagnare poco ma vendere grandi quantitativi”. Le sue intuizioni lo spinsero a trasformare l’azienda in un’impresa industriale. Nacquero quindi la tessitura, la stamperia e la confezione.

 

Nel 1934 si avvicinò all’industria tramite la lavorazione affidata a terzi. In quegli anni Alba e la sua provincia  erano forti produttrici di bozzoli. I secondi in Italia. Ci fu una sovrapproduzione e un tracollo dei prezzi.

Alba era inondata di bozzoli che nessuno voleva comprare.

Egli intervenne associandosi con due piccoli commercianti.

L’accordo era che lui avrebbe messo i soldi e gli altri due li avrebbero acquistati ed essiccati.

Quando furono essiccati, Miroglio rilevò la parte dei due soci.

In seguito li fece trasformare in filati e poi in seta greggia negli stabilimenti migliori d’Italia, a Como.

Ottenne dei tessuti di seta che vendette in tutta Italia ad un prezzo inferiore del 20% rispetto ai concorrenti. “Approfittai anche della mia esperienza in fatto di disegni; creai in tal modo una collezione davvero bella”. Poi cominciò a girare personalmente i migliori negozi d’Italia e ad assumere viaggiatori.

Oltre alle sete, cominciò a vendere tessuti di rayon ad un prezzo conveniente.

Gli capitò anche di trovarsi “al posto giusto nel momento giusto”, come quando acquistò una partita di tessuto presso un industriale di Busto Arsizio.

Questo industriale aveva milioni di metri di seta greggia difettosa.

Gli industriali di Como non erano disposti a comprare prodotti fatti a Busto.

Miroglio quindi comprò quella merce ad un prezzo inferiore del 30%  rispetto a quello normale.

Poi la immagazzinò ad Alba e la mandò a Como poco alla volta. Così il tessuto che non poteva passare direttamente da Busto a Como per questioni di campanile, passò da Alba.

L’attività crebbe fino a quando scoppiò la guerra e gli affari rallentarono fino a cessare.

A quel punto Giuseppe chiuse i tre negozi che aveva.

Lì riaprì solo dopo la guerra, ripartendo da zero. 

                            LA SVOLTA DEL DOPOGUERRA

 L'anno della sua svolta fu il 1947.

Fu l'anno in cui Giuseppe Miroglio, che fino ad allora, aveva acquistato i tessuti greggi che gli occorrevano da stabilimenti lombardi, avviò un'attività industriale propria.

Acquistò quattro telai e li installò nei grandi magazzini che aveva fatto costruire già una quindicina d'anni prima, in piazza del Duomo.

Poi ne comprò degli altri e nel 1950 i telai erano già una cinquantina.

Lavoravano con un rumore assordante.

Ricorderà Giuseppe: "Il disagio per i nostri vicini era molto forte, ma nessuno protestò".

Dirà anche:"Amo pensare che allora tutti si rendessero conto di cosa significasse per Alba una tessitura, uno stabilimento.

Era una speranza…. e così tutti si resero conto che l'industria avrebbe risanato l'economia della città".

 

Per eliminare dal centro del paese l'inconveniente del frastuono prodotto dai telai, Miroglio acquistò un vasto terreno alla periferia della cittadina  e vi fece costruire un ampio stabilimento dotato di nuovi e moderni impianti che fu inaugurato alla fine del 1950.

Miroglio decise  anche di liberarsi dei negozi al dettaglio.

Tre anni dopo, nel 1953, la tessitura fu raddoppiata e i telai a navetta furono sostituiti con 250 telai automatici. Nel 1955, quando Giuseppe Miroglio aveva già 69 anni, ma non aveva nessuna intenzione di mettersi in pensione, perse altre due grosse decisioni: cedette la proprietà dell’azienda ai due figli maschi, Carlo e Franco e si dedicò quasi esclusivamente alla creazione di uno stabilimento per la produzione di confezioni in serie. Lo chiamò “Vestebene”. Il marchio rappresentava una donna che indossava un abito lungo con lo strascico. Negli stati Uniti, diceva, l’80% delle donne si vestiva con abiti confezionati in serie. In Italia invece la percentuale era inferiore al 10%: il mercato era libero e probabilmente il successo assicurato. Inoltre Alba e dintorni abbondavano di manodopera femminile da impiegare per confezionare abiti semplici ed esclusivamente femminili.

I macchinari della Vestebene furono inizialmente posti nella vecchia sede della tessitura e poi trasferiti in via Santa Barbara, sempre ad Alba. La strategia era quella tradizionale: vendere molto, ma a prezzi bassi.

Il primo abito fu una vestaglietta venduta a mille lire, prezzo così basso da sbalordire la concorrenza. Già nel 1954 aveva pensato ad una simile iniziativa che però era stata un fallimento. Nonostante ciò, ripropose l’idea, questa volta producendo direttamente la vestaglietta, ed ebbe successo.

Nel 1957 Giuseppe Miroglio attuò un altro progetto: l’impianto di una moderna tintoria-stamperia che permettesse di ridurre i costi e di raggiungere il ciclo completo di lavorazione, ovvero tessitura, tintoria, stamperia, confezioni. A 71 anni acquistò il terreno in località Vaccheria poiché era vicino al Tanaro e ricco d’acqua. Ebbe il terreno dopo una lunga trattativa con i contadini proprietari. Si occupò quindi della costruzione della tintoria e quando il lavoro fu terminato si ritirò dall’azienda.

Proprio in quel periodo erano state fatte proposte da parte di imprese di livello internazionale per entrare nella società, ma erano state rifiutate perché, secondo la visione dello stesso Giuseppe Miroglio “… L’indipendenza è il bene supremo di un’azienda”.

Egli morì nel 1979, a 93 anni. Cercò di rendersi sempre utile, anche attraverso i suoi consigli. A 86 anni volle indicare i suoi suggerimenti, semplici ma efficaci, secondo cui occorreva combattere l’inflazione e aumentare i salari nella misura in cui fosse possibile aumentare la produttività.

Alcuni principi di massima  a cui aveva improntato la sua attività erano già stati illustrati in modo più dettagliato nella lettera che, come un testamento spirituale, Giuseppe Miroglio scrisse ai suoi figli nel gennaio del 1970. Giuseppe  Miroglio lasciò quello che può essere il suo testamento spirituale ai due figli maschi Carlo e Franco. Indirizzò loro una semplice lettera che raccomandava quattro principi fondamentali: la collaborazione con i dipendenti, l’agire con la massima umanità, mantenere l’indipendenza dell’azienda, cercare di raggiungere la massima concordia.

Giuseppe Miroglio invitava i suoi figli ad impegnarsi nella collaborazione con i dipendenti, così come  anche lui stesso aveva fatto, anche se in quegli anni, percorsi dallo spirito rivoluzionario del Sessantotto, non era molto semplice. Li invitava poi ad essere “umani”, mantenendo la coscienza tranquilla, condizione indispensabile per avere successo negli affari. Richiamava quindi il principio dell’indipendenza in modo da mantenersi sempre padroni della propria azienda, privilegiando l’indipendenza alla crescita. Infine chiedeva di  cercare di raggiungere la massima concordia e in particolare di allevare i figli così come Carlo e Franco  erano stati allevati, nel clima dell’azienda per avere in futuro  dei collaboratori su cui poter contare.

Egli si era sempre sentito più attratto dal commercio che dall’industria, si sentiva uomo di marketing. Elaborò anche un minuzioso decalogo per i suoi venditori, ideato basandosi sull’esperienza della rete  di vendita dell’Olivetti. Diceva che un buon venditore doveva conoscere tutto il ciclo della produzione, conoscere i tessuti, i modelli e doveva essere molto curioso. Il venditore inoltre doveva conoscere il momento più opportuno per presentarsi al cliente, quando cioè era meno oberato dagli impegni; doveva parlare poco, indicare chiaramente le condizioni di pagamento ed essere entusiasta del proprio lavoro. Il venditore doveva ricordare infine che il cliente è un patrimonio per l’azienda, quindi non andava perso.

Credeva poi fermamente in alcuni principi come la collaborazione, per cui distribuiva tra i dipendenti parte degli utili dell’azienda. Questa consuetudine fu bloccata dal sindacato nel 1965.

Attuò due iniziative per risolvere il problema della casa per i suoi dipendenti. La prima forniva alle maestranze alloggi ad un canone d’affitto basso, la seconda costituiva un patrimonio immobiliare garantendo l’accesso alla proprietà di un numero sempre maggiore di dipendenti.

Tra il 1950 e il 1965 furono costruiti 310 alloggi suddivisi in tre complessi residenziali nei nuovi quartieri di Alba e furono ultimati 90 appartamenti a riscatto.

Aveva costruito anche un asilo nido per i figli dei dipendenti, esso poteva ospitare cento bambini ed era vicino agli stabilimenti. In seguito aveva creato anche una “Fondazione Elena Miroglio”, intitolata alla   moglie, e istituito borse di studio per i migliori allievi delle scuole tecniche e di ragioneria di Alba.

Altri principi propagandati da Giuseppe Miroglio erano anche quelli dell’onestà e dell’autofinanziamento. Secondo lui si doveva cercare di autofinanziarsi senza dover ricorrere alle banche, per cui richiedeva una clientela puntuale nei pagamenti.

Franco, uno dei figli dice di lui: ”E’ stato un cristiano senza esser bigotto... profondamente sociale senza essere socialista, liberale senza essere reazionario…”

 

Negli anni del dopoguerra, però anche i figli, Carlo e Franco, ebbero importanza sostanziale per l’azienda.

Avevano cominciato a interessarsi dell’azienda ancora prima della guerra, quando studiavano ragioneria. In estate lavoravano nel magazzino, attività gradita soprattutto a Franco.

Dopo il 1945 i due fratelli si ritrovarono in azienda con ruoli diversi: Carlo nell’amministrazione e Franco nel settore commerciale. In seguito diventarono uno presidente della società e l’altro amministratore delegato. Dopo essersi sposati ebbero  entrambi tre figli.

Alla fine degli anni cinquanta, quando essi presero in mano  l’azienda, essa era solida, ma medio-piccola. Proprio in quel periodo iniziò il suo grande sviluppo che la porterà tra le prime in Europa.

La strategia di sviluppo era basata inizialmente sulla divisione dell’azienda in due tronconi: tessuti e confezioni. In un primo tempo era stato il tessuto a sostenere la confezione, venti anni più tardi sarà il contrario. Alla fine degli anni Ottanta ci sarà una situazione di parità.

            Un’altra strategia determinante dell’azienda fu l’internazionalizzazione con la creazione di una serie di società commerciali  per rafforzare l’organizzazione di vendita e con l’impianto di unità produttive in quei paesi dove il costo del lavoro era più basso.

In secondo luogo la Miroglio scelse di produrre un manufatto di qualità, ma di massa senza ricercare il marchio.

  LA RIVOLUZIONE DEL POLIESTERE

 Alla fine degli anni cinquanta il tessuto prodotto dagli stabilimenti Miroglio (tre milioni di metri all’anno) era di qualità medio-fine.

Nel 1960 si affacciò sul mercato una nuova fibra sintetica, il poliestere. I grossi produttori di tessuti di cotone non lo presero in considerazione, mentre i Miroglio furono tra i primi in Italia a entrare in questo settore. Era una fibra difficile da lavorare, ma riduceva i costi, per cui i Miroglio si trovarono proiettati a livello europeo. Dal 1961 fu poi portato avanti un cambiamento tecnologico con nuovi sistemi organizzativi centrati sui tempi e metodi di lavoro e sul cottimo. Occorreva infatti potenziare il settore delle confezioni trasformandolo in senso industriale, in quanto fino ad allora aveva avuto un carattere artigianale. Questo portò forti riduzioni di prezzo  ed espansione.

Nel 1962 la Vestebene quindi entrò nel campo dei capispalla ed aprì uno stabilimento a Bra. Nel 1964 raggiunse la produzione di un milione di capi. Nel 1965 la confezione ebbe uno sviluppo ancora maggiore con la gonna plissèe, fatta di lana e terital.

L’avvento della minigonna segnò invece, nel 1971 un momento di difficoltà che due anni dopo divenne crisi di tutto il settore. I consumi diminuirono, aumentarono le importazioni e il costo del lavoro.

L’azienda , che era diventata Gruppo Tessile Miroglio, superò la crisi operando tre scelte di base: decentrarsi all’interno della provincia di Cuneo (creazione di venti piccole aziende), produrre nei paesi dove la manodopera era meno cara (Tunisia, Egitto, Grecia), investire nel campo tecnologico.

 GLI ANNI OTTANTA

  Nel 1980 una parte della Miroglio si trovò nella peggiore crisi della storia dell’azienda. I   conti economici dell’azienda erano  positivi, ma  la divisione tessuti era in difficoltà. Questo settore  entrò in crisi a causa dell’aggressività dei Giapponesi i quali producevano un tessuto  con un processo di produzione detto multibave che aveva caratteristiche simili alla seta naturale e aveva gravemente spiazzato il poliestere classico ,uno dei punti di forza della Miroglio .

L’azienda affrontò la crisi senza contare su Franco Miroglio  che, dal 1977 si era ammalato di leucemia e che,prima di essere ricoverato in Francia, passò il comando a dell’azienda a suo fratello.

Già nel 1983, nel periodo più nero dell’azienda, Franco Miroglio riuscì a tornare al timone di comando. Prima del suo ritorno fu affrontata la crisi del settore tessile attuando un piano di ristrutturazione generale realizzato in quattro anni. L’obiettivo era un incremento della produttività e la sostituzione di produzioni in declino con altre più richieste come i tessuti di poliestere di tipo giapponese.

Fu ristrutturata l’organizzazione commerciale accentrando ad Alba gli uffici vendita dislocati a Como e Castagnole. Fu stipulato un contratto con un importante produttore giapponese, la Toyobo. Furono introdotte nuove tecnologie nella stamperia di Alba  e nello stabilimento di Saluzzo. Si impiantò una nuova stamperia altamente automatizzata a Govone.

Il piano coinvolse anche le confezioni, decentrando i magazzini e modificando il modo di allestire il prodotto. Fu poi potenziata la rete di vendita, fu aumentato il livello qualitativo della produzione e fu adeguato il sistema di informazione ed elaborazione dati.

Franco Miroglio a Natale del 1983 scrisse ai suoi collaboratori che non prometteva niente riguardo al futuro dell’azienda, ma assicurava tutto il possibile per uscire da quella grande crisi, con il coinvolgimento e la collaborazione di tutti. Già dal 1984 il gruppo chiuse il bilancio con un leggero utile e fu l’anno della ripresa. Con la seta artificiale, il GruppoTessile Miroglio divenne leader sui mercati europei. Era stato attuato un “ribaltone totale” secondo le parole di Franco Miroglio, attraverso una forte autocritica che aveva evidenziato come , raggiunte certe dimensioni, la gestione familiare non bastasse più e come occorressero prodotti nuovi come ad esempio il Mirhon, un prodotto di seta artificiale.

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