Anno 2006-2007
Intervista alla Signora Bianca Jogna Tibaldi
Direttore commerciale in pensione del gruppo Vestebene
Alba, lì 2 Novembre 2006
Io
vi ringrazio di questo invito e di questo momento, perché mi fa sempre
piacere parlare della mia esperienza di lavoro.
È stata un’esperienza sotto tutti gli aspetti positiva, nonostante gli alti e i bassi, quindi sono molto contenta. Sono anche molto contenta perché ho avuto il coraggio nove anni fa di dire basta, non era ancora arrivato però il momento ufficiale.
Ci sono delle regole alla Miroglio: se uno ha degli incarichi importanti deve lasciare, anche per fare spazio ai giovani.
Io non ho aspettato quella data, è stata una scelta coraggiosa della quale non mi sono mai pentita, anche perché volevo fare altre cose: prima di tutto dedicarmi di più alla famiglia, visto che l’ho penalizzata con la mia scelta di lavoro e poi volevo occuparmi di altre cose nel campo del volontariato e del sociale. Sono molto felice di aver fatto questa scelta.
Io sono entrata nell’azienda nel 1957, appena avuta l’abilitazione magistrale. Non mi sono accontentata però della maturità quadriennale e ho avuto il capriccio di frequentare il quinto anno. Tutto è stato abbastanza veloce.
Il Commendator Miroglio, il fondatore, a suo tempo andava nelle scuole. Io non ero la prima della classe, voglio subito chiarirlo, ma forse avevo un qualcosa in più degli altri: un senso commerciale e un senso del gusto, così ho iniziato come segretaria commerciale.
Quando le aziende sono piccole ma in un contesto storico di sviluppo e di crescita, erano i famosi anni Sessanta, allora è facile ampliare il tutto.
Dopo un po’ di anni ho avuto la responsabilità di tutto l’ufficio commerciale: le segretarie allora erano circa dieci-dodici.
Poi ho avuto l’idea di sposarmi e allora i titolari mi hanno detto: - Guardi, lei è una candidata alla maternità e quindi noi dobbiamo sostituirla, si metta un attimo da parte. - Così, inizia la delusione e voglio dirvi questo perché non sempre le delusioni sono negative ma certe danno altre opportunità. Ho iniziato quindi ad occuparmi del nascente settore pubblicitario. L’azienda Miroglio, molto concreta, considerando i tempi, non credeva nella pubblicità, la vedeva come un costo non come un investimento. Poi c’è stata la possibilità di ampliare molto il settore: in pochi anni si è passati da un budget, se ricordo bene, di 50 milioni a 400-500 milioni.
Arrivò poi la famosa crisi del ‘72, una crisi proprio forte. I Miroglio, che io stimo moltissimo e sono riconoscente per l’opportunità che mi hanno dato, chiusero il budget pubblicitario perché era un costo eccessivo; pensate invece a come oggi siamo martellati continuamente da messaggi pubblicitari. Quanto era diversa allora la situazione. Per fortuna però l’azienda stava diventando molto grande, si cominciava a creare una struttura quindi dei quadri e di lì è partita la mia terza avventura nella Vestebene: ho iniziato ad essere caposervizio prodotto e via via ad avere la responsabilità di tutta un’area business molto grande. Occupandomi del prodotto ero a contatto con stilisti e con altre persone, davo dei giudizi, delle valutazioni, coordinavo la vendita. Tutto l’aspetto, per un business totale di 300 miliardi.
In questo periodo ho dovuto quindi viaggiare e visitare anche una parte del mondo per la ricerca dei tessuti più interessanti, ai costi più competitivi. Non bisogna pensare però che siano state occasioni di svago; infatti ricordo bene tutti gli aeroporti, o posso raccontare degli alberghi. Non si era lì come turisti. Tutto questo ha lasciato in me un grande desiderio di viaggiare: è sempre nei miei sogni e nei miei progetti, andare a rivedere le varie nazioni. Ho visto anche tanta povertà e miseria e questo ha contribuito anche alla formazione della mia personalità.
Per fare tutto questo è stato necessario avere fortuna, anche se quando uno viene scelto ha senz’altro qualche merito, e poi la salute.
Da parte mia ho messo tanto impegno, buona volontà e un po’ di testardaggine. Non ero però una donna in carriera. A me il lavoro piaceva, volevo fare bene per una mia soddisfazione personale e per senso del dovere. Ho avuto un forte attaccamento all’azienda.
L’azienda però oggi non mi manca, la ricordo con tanta simpatia e con tanta riconoscenza.
Il gruppo Vestebene aveva deciso di seguire un percorso preciso: fare un prodotto di quantità, un prodotto a basso prezzo e aiutare le persone a sostituire la sarta. Poi ci siamo resi conto che negli anni ’80 le cose stavano cambiando e allora ho avuto la fortuna di collaborare, appoggiata da un agenzia pubblicitaria, alle invenzioni e sviluppi nei marchi industriali.
Tra i marchi oggi più fiorenti e di maggiore successo voglio ricordare Elena Mirò, una linea rivolta alle donne floride, le abbiamo chiamate taglie prive di vita, alle donne dalle forme morbide. È stato un grosso successo.
Il nome deriva da Miroglio, nome patronimico, e Elena che era la moglie del Commendatore Miroglio, il fondatore della Miroglio e della Vestebene. Non volevano esporre il loro cognome intero, ma in modo tronco.
È stata una felice coincidenza con il nome del pittore e si è creata una atmosfera molto colorata e un’ immagine molto coerente. Abbiamo preso degli accordi per ciò.
Poi è nata Fiorella Rubino, marchio che è stato per un po’ di anni accantonato e oggi vedo che è stato ripreso. Anche lì un nome patronimico, nato dal cognome della signora Gabriella Miroglio, la moglie di Carlo Miroglio; Gabriella poi è stato modificato in Fiorella, questo fiore.
Devo dire con soddisfazione, che tanti nomi ancora oggi utilizzati sono frutto del mio lavoro svolto con altri collaboratori. Io sono stata promotrice nell’azienda e la formazione non era mai tecnica, era sull’uomo. Tutti i cicli di formazione che abbiamo fatto in azienda, anche con esperti qualificati della formazione, erano sempre sull’uomo, perché se l’uomo è formato risponde alle novità che si presentano.
Negli anni in cui io ero presente mi è stato permesso di lavorare con impegno, come se l’azienda fosse mia.
Quarant’anni di lavoro e sono già nove anni che sono in pensione e non me ne sono quasi accorta.
Lei è stata assunta da Giuseppe Miroglio. Nella nostra ricerca abbiamo letto che il Commendatore nei confronti del personale aveva un atteggiamento vigile e paterno da un lato, ma anche inflessibile riguardo alla professionalità e la disciplina. Lei ha avuto dei riscontri su ciò?
Dunque, il Commendatore aveva un atteggiamento paternalistico, però non si ricordava mai i nomi delle persone. Io, pur essendo sua segretaria personale, per tanti anni ero “Caterina”, eravamo tutte “Caterina”.
Era molto paternalistico nel senso che aveva l’abitudine ogni tanto di erogare la famosa bustarella fuori dallo stipendio, cioè il premio, allora non si chiamava incentivo. Se vedeva un particolare impegno lui lo concretizzava immediatamente con un’offerta. Poi si occupava anche delle scelte personali. Io ricordo che quando lo avvertii che mi sarei sposata mi ha chiesto proprio nel suo bravo piemontese: - E’ un bravo ragazzo? Vi fate la casa? - Sentivo che mi voleva bene.
Un’altra cosa interessante del Commendatore è che un giorno mi ha chiamato, lavoravo con Lui già da sei anni e mi disse: - Guarda Caterina, ci sono queste cose che andrebbero migliorate, questo lo fai bene tu, però guarda proprio perché “non sei tanto brava”, ti passo di prima categoria. -
Prima categoria: ovviamente era un salto di inquadramento professionale.
Un altro episodio. Un giorno ci radunò tutti: i suoi figli, i parenti che erano anche in azienda (e non faceva differenze tra noi e i suoi figli o altri parenti), presentò il suo piano e fece tutto il giro chiedendo cosa ne pensassimo.
Ad un certo punto è arrivato ad una persona che era molto vicina a lui e gli disse: - Tu non parlare perché tanto non capisci niente. - Proprio così, per dirvi quanto era pane al pane e vino al vino, poi ovviamente si è corretto.
Un altro aneddoto simpatico è che quando compì ottant’anni prese una sua fotografia di bersagliere, carica a cui teneva molto, e propose di inviarne una con dedica a tutti i clienti, fornitori e collaboratori. - Cosa ne pensi tu? - chiese. Ed io - Ma no Commendatore, Lei faccia una dedica, noi gliela scriviamo, Lei la firma soltanto.- - Brava Caterina; non voglio mica venire vecchio. - Aveva 85 anni. Questo per dirvi il modo che aveva scherzoso e familiare di parlare con le persone.
È stata veramente una grande figura anche perché ha deciso di diventare imprenditore a oltre sessanta, non era giovanissimo.
Era una persona inflessibile e rigorosa senz’altro, io personalmente me lo ricordo come una persona con atteggiamenti costruttivi, non me lo ricordo come una persona che abbia mai licenziato qualcuno. Lui non assumeva mai nessun venditore se prima non lo conosceva, era molto attento.
Per quanto riguarda il suo essere inflessibile personalmente non ho alcun ricordo particolare, indubbiamente pretendeva molto dai suoi collaboratori. Era anche molto rigoroso e lineare. Lui stesso aveva questa regola: alle diciotto doveva cenare, perché lui, in qualsiasi parte dell’Italia fosse, interrompeva il suo lavoro alle diciotto; quindi era anche molto scrupoloso con se stesso.
Era forse più rigoroso ed inflessibile con i figli, questo sì.
Lei è entrata alla Vestebene come segretaria commerciale. All’inizio della sua carriera si era già posta degli obiettivi professionali?
Venni assunta nel ‘57 quando il Commendatore andava nelle scuole per la ricerca del personale. Avevo anche un piccolo sogno nel cassetto: di continuare gli studi e diventare assistente in sala operatoria. E mio papà sperava che diventassi insegnante. In Mussotto, il nostro paese, le uniche ad iscriverci alle scuole superiori fummo io e mia sorella e per questo devo essere grata ai miei genitori.
Sono entrata invece in Vestebene, ho cominciato a lavorare e ho avuto anche degli step, dei salti, ma avevo una grande voglia di fare, c’era questa grande voglia, che ho ancora adesso. Le cose sono venute così, con serietà.
Nel ‘75 divenni dirigente, fu una scelta, non un obiettivo. C’erano molti ostacoli da superare, molti dubbi sul fatto di avere una donna come dirigente. Anche tra i colleghi. Siccome avevo delle responsabilità notevoli, ero stata assunta con un uomo esperto di mercato, sentivo che se non avessi avuto la carica di presidente non avrei potuto avere un’autorevolezza sufficiente con il mio collaboratore, così mi sono impuntata: se non diventavo dirigente era difficile competere con il mio collega. Quindi arrivò questa carica.
Ma io non ho mai seguito un percorso preciso. Venivo da Mussotto e non conoscevo niente del mondo. Come potevo pensare che sarei arrivata ad un tale livello? Devo dire che la responsabilità di gestire il commerciale è arrivata velocemente. Poi ho il piacere di ricordare che il sig. Franco Miroglio un giorno mi chiamò in tessitura, io ero un po’ preoccupata, invece lui mi accolse con un mazzo di rose rosse chiedendomi scusa per non aver inizialmente appoggiato questo mio percorso di dirigente. Questa è stata una grande soddisfazione.
Consultando del nostro materiale abbiamo trovato una fotografia di dirigenti e lei era l’unica donna. È stato difficile integrarsi in un ambiente maschile?
Sì, è stato difficile anche perché io dico le cose come sono e ho avuto dei confronti forti con la proprietà, ma anche costruttivi. Con il mio direttore generale, il signor Ronchi, si sono create delle difficoltà nei rapporti. Poi però ho saputo, anni dopo, che quando il signor Ronchi pensò a me per farmi diventare capo servizio erano tutti contrari.
Provavano un po’ di gelosia, forse sì, poi però mi hanno accettata. Ma è stato difficile, loro si permettevano, lo dico anche con tanta stima, qualsiasi battuta: se un uomo dimostrava di essere forte veniva apprezzato, ma se una donna dimostrava di essere forte pensavano – oh suo marito, che santo, come fa a sopportarla. - Certamente ho dovuto tirare fuori il mio carattere, dovevo sempre fare qualcosa in più. Ho chiarito questo punto: come io non mi permetto di prendere in giro le vostre mogli voi fate altrettanto con mio marito. Da quel momento allora i rapporti sono stati migliori. Comunque ho un aneddoto.
Nell’Ottanta la Direzione decise di fare delle gite: andavamo quattro o cinque giorni, all’estero. Fu il primo viaggio e venne fatto solo da noi dirigenti. Successivamente entrarono anche i nostri compagni. Mio marito è stato anche coraggioso, l’unico accompagnatore uomo.
Lei ha avuto modo di viaggiare anche all’estero. Ha un ricordo particolarmente piacevole di quest’esperienza?
Sì, ho dei ricordi piacevoli, ma anche angoscianti.
Parigi rientra nei ricordi piacevoli. Premier Vision, la mostra di tessuti. Era presente tutto il mondo. Un’atmosfera difficile da descrivere, ma tutto il mondo era lì per esporre tessuti. Noi confezionisti andavamo appunto a vedere quelle che erano le tendenze moda. Era tutto molto scenografico. Tutto bello per chi ama il mondo dello spettacolo, del teatro e della pubblicità. Si può tornare anche venti volte ma si ritrova sempre la solita aria frizzante, molto bella e divertente.
Il ricordo più angosciante è stato nei Paesi Orientali. Ricordo l’atterraggio a New Dehli: un caldo umido e un odore molto diverso dal nostro. Soprattutto nel percorso per andare dall’aeroporto all’albergo incontrammo molti bambini deformati, e ho saputo poi che i bambini di questi paesi, venivano deformati apposta per creare dei piccoli “mostri” per l’elemosina.
Possiamo dire allora che il viaggio ha rappresentato non solo l’occasione di vedere cose nuove e posti nuovi ma le ha fatto acquisire un nuovo sguardo sul mondo?
Sì, sono state esperienze davvero molto angoscianti.
Un altro paese difficile è stato Taiwan, dove si respirava proprio l’aria della Cina: c’erano alcuni segni che ricordavano le torture cinesi.
Venivamo sempre seguiti dagli accompagnatori, perché in alcuni paesi non ci si poteva muovere da soli e ricordo anche degli spaventi. I viaggi per business sono sempre molto organizzati.
I primi viaggi li abbiamo fatti all’Est per trovare materie prime. In Romania mi è capitato, mentre uscivo dall’albergo, al mattino, di essere stata interamente assalita da donne che chiedevano calze di naylon.
Loro non le conoscevano, per cui nel viaggio successivo mi sono preparata e ne ho portate in grande quantità.
In Polonia ho visto molta prostituzione, cosa terribile.
Noi eravamo però in un’isola dorata e io non mi sarei mai potuta permettere gli alberghi e ristoranti in cui ci sistemava la Miroglio. I viaggi erano anche faticosi: si partiva alle 4 del mattino per andare a prendere l’aereo.
Il suo lavoro è diventato nel corso del tempo sempre più impegnativo. C’è qualche aspetto della sua vita privata che ha dovuto sacrificare o che ha dovuto conciliare con fatica?
Sì, è stato faticoso. Ho dovuto organizzarmi. Avevo una persona fissa in casa, una ragazza giovane, fin da quando i figli erano piccoli e anche più avanti.
Mi sono tormentata molte volte, molti i sensi di colpa, la famosa “coda di paglia” specialmente nei confronti dei figli, però ho avuto fortuna.
Le cose avvengono grazie a degli equilibri. Non ho mai dovuto scegliere tra la famiglia e il lavoro perché mio marito non me lo ha mai chiesto. Lui aveva la sua azienda e, forse, non avrei potuto entrare a collaborare con lui perché erano già molti soci, gli zii in modo particolare.
Quando ci siamo sposati avevo già una responsabilità in ufficio e non mi ha mai chiesto di lasciar perdere. Mia suocera si è occupata nei primi anni dei bambini. Quando mi è stato chiesto di avere una responsabilità ho fatto una specie di consiglio di famiglia. Ho chiesto consiglio a mio marito, a mia suocera, a quel tempo i ragazzi erano ancora piccoli, e lei mi ha detto di non rinunciare. Una grande donna per quell’epoca.
In casa non è mai mancato niente perché l’organizzazione consentiva di fare questo. Mi sono sempre tormentata sulle cose che mi sono persa dei miei figli, determinate sfumature: Daniela, mia figlia, dal carattere estroverso mentre Carlo, il ragazzo, era più matematico. Il tempo per stare assieme era ridotto. M’accorgevo che gli occhi per tanti anni cadevano più su mio marito che su di me. E questo mi faceva male.
L’episodio che mi fece capire che dovevo continuare è stata un’influenza. Sono stata malata solo una volta, ero a letto e mio figlio continuava a girarmi intorno, contento che la mamma fosse a casa. Io cominciai ad avere rimorsi. Poi alle due del pomeriggio non ce la fece già più a stare lì e chiese di uscire. Mio marito lo portò a calcio. Allora ho capito che forse le rinunce erano abbastanza piccole e che i sacrifici si potevano sopportare.
Anche loro hanno apprezzato ciò che ho fatto.
Un’altra cosa positiva è che hanno amato l’azienda attraverso il mio racconto, loro hanno veramente un bel ricordo, una bella opinione dell’azienda.
Rinunce sì: partire quando i bambini avevano la febbre, fidarsi delle persone che erano in casa, stare via anche 4-5 giorni.
Per fortuna la mia crescita professionale è iniziata quando i ragazzi avevano dieci, dodici anni.
Vorremmo concludere chiedendo se c’e qualche consiglio che può essere utile per la nostra futura vita professionale?.
Ma sì certo. Intanto serve entusiasmo. Bisogna credere, credere che il mondo dia sempre delle opportunità, anche se ci possono essere delle delusioni e delle amarezze.
Mai fermarsi su queste. La situazione può cambiare.
Impegnarsi. Questo senz’altro.
A proposito dell’impegno vi racconto una mia esperienza. Quando sono stata sollevata dall’ incarico di Responsabile dell’ufficio commerciale e mi hanno affidato il settore pubblicitario, nel ’72, mi sono chiesta come avrei fatto a gestire un settore che non conoscevo.
È vero che ero un’amante del teatro, dello spettacolo, del buon gusto. Mi serviva però una preparazione: ho deciso di iscrivermi ad un corso serale a Torino. Prendevo la mia littorina alle sei e trenta di sera e ritornavo alla mezza, grazie ovviamente all’appoggio di mia suocera che abitava ancora vicino a noi.
Mi sono fatta un anno di scuola serale in via Garibaldi a Torino. Non sapevo niente di questo mondo, ho cominciato ad avere un glossario, ad avere dei termini e che si usavano allora, i griffin, fare il lie-out, tutti termini che non conoscevo. Questo mi è venuto utile.
Anche prima di sposarmi avevo la passione del cucito e così mi sono iscritta ad un corso serale di modellismo. Questo mi è servito perché dovevo valutare i modellisti.
Quindi quello che voglio suggerire è di non fermarsi mai ad imparare.
Poi bisogna non perdere il coraggio e la lealtà. Oggi nelle aziende troppe volte si vedono situazioni in cui ci si approfitta di qualcosa. Noi avevamo il telefonino dell’azienda e nessuno controllava, almeno all’inizio: era una questione di lealtà e serietà professionale.
Io credo che oggi voi dobbiate avere volontà, studio, voglia di imparare, equilibrio e per tutte le cose rispetto.
Bisogna avere armonia: attenzione all’armonia della vostra persona.
Voi potreste pensare che ho rinunciato a molte cose. Io oggi non credo di aver fatto grosse rinunce. Bisogna sapersi volere un po’ bene e avere un po’ di sano egoismo. È importante anche aprirsi al mondo.
Se ci si vuole un po’ di bene, si trasferisce agli altri felicità e la si riceve e così si innesca quel circolo virtuoso che alla fine crea armonia.
